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RANAVUOTTOLI - Le Sorellastre

RANAVUOTTOLI - Le Sorellastre

di Roberto Russo e Biagio Musella
con Nunzia Schiano, Biagio Musella e Pino l’Abbate
in video Giovanni Esposito, Niko Mucci, Claudia Puglia, Sergio Assisi
musiche Niko Mucci e Luca Toller
scene Tonino Di Ronza
costumi Anna Zuccarini
trucco e parrucco Rossana Giugliano
riprese video e post-produzione Luca Cestari e Salvatore Martusciello
effetti visivi Rebel Alliance
VFX Producer Fabrizio Dublino
videomapping e grafica Salvatore Fiore
produzione Teatri Associati di Napoli/Teatro Bellini
ufficio stampa Paolo Popoli
aiuto regia Pino L’Abbate
regia Lello Serao

Come appare il mondo visto dalla parte dello specchio? E come appare visto dal basso verso l’alto? Certamente la visuale sarà distorta così come lo sono le prospettive di Escher a cui lo spazio scenico rimanda o, quanto meno, differente da quella ordinaria. E allora, proviamo a capovolgere l’affresco che ci presenta una celebre fiaba, “Cenerentola”, e iniziamo a leggere la storia vista dalla parte non della “vincente” Cinderella, ma da quella delle due sconfitte, Le Sorellastre.
Da qui nasce l’idea di “Ranavuottoli” (le Sorellastre) scritto da Roberto Russo e Biagio Musella. Perché, in fin dei conti, “Ranavuottoli” è una fiaba acida. E’ una Fiaba Nera sulla Diversità. La celebre storia ci presenta le due sorellastre, Anastasia e Genoveffa, come la quintessenza di una cattiveria pari soltanto alla loro bruttezza. In poche parole, brutte dentro e brutte fuori. Ma da dove nasce la Bruttezza? E’ davvero soltanto una questione cromosomica? La Bruttezza, è un destino già segnato?
Il testo, a questi quesiti, dà una risposta secca: non si nasce Brutti, lo si diventa come conseguenza, estensione, prodotto di quanto di Brutto si vive o si è costretti a vivere. E, alla fine, quando la conseguenza del proprio stato diventa del tutto consapevole, la Bruttezza diventa una forma di protesta nei confronti di un mondo che ci pretende belli e vincenti. Essere Brutti, quindi, diventa una forma di reazione, una Resistenza, più o meno, armata.
Bisogna anche dire che Genoveffa e Anastasia sono i prototipi ideali di tale concezione: Genoveffa è tarchiata, pratica delle “cose pratiche” della vita ma è anche totalmente delusa dall’Esistenza. Anastasia è allampanata, sognatrice instabile e pericolosa per se stessa, e per gli altri. Le loro personalità risultano schiacciate da un trauma permanente: il rifiuto subito non solo dal resto dell’Orbe Terracqueo, ma dai loro stessi genitori. Aleggiano su di loro, come Ombre onnipresenti, due figure inquietanti: quella dell’irritante Cenerentola “destinata alla vittoria”, e quella del padre.
Pur essendo un lavoro prevalentemente comico, Ranavuottoli, si addentra nei meandri della psiche dei due personaggi. In particolare scandaglia le motivazioni psicologiche che portano Genoveffa, e soprattutto Anastasia a patire una sorta di “mal di vivere” basato sulla consapevolezza (in parte reale, il parte paranoica) di “non essere”. In questa ultima accezione rientra soprattutto la certezza di “non essere” in alcuna storia e, quindi, relegate ad un ruolo di mere gregarie. Nonostante questo Anastasia nutre una (sana) Speranza di essere finalmente amata che coltiva con (insane) pratiche……
Il linguaggio utilizzato per il lavoro non poteva che essere una sorta di helzapoppin, una miscellanea che fonde accenti fiabeschi, ad altri comico/grotteschi, fino al modernissimo slang con accenni, addirittura, di lirismo.
Roberto Russo e Biagio Musella

Il primo degli elementi che mi ha affascinato nella lettura del testo è stato il rovesciamento della fiaba, tutto non torna, la bellezza risulta essere effimera e non porta nesessariamente alla felicità, la “bruttezza” è un elemento di valutazione soggettiva e, tale diventa, solo se coltivata, se alimentata da perenne insoddisfazione facendoci perdere il senso quotidiano della vita. Il rovesciamento della fiaba mi ha fatto pensare subito alle prospettive rovesciate di Escher, che da sole danno il senso del ribaltamento, quasi come se perennemente ci fosse una quarta dimensione a fare da sfondo a quella quotidiana e anche perché mi restituivano immediatamente il senso del magico. Il pubblico avvertirà da subito di essere entrato nel mondo rovesciato e magico di Alice ritrovandosi con le due sorellastre ad abitare un luogo magico, nel quale è difficile distinguere il confine tra reale e fantastico. Genoveffa che, quasi in maniera camaleontica, cerca di confondersi con gli oggetti della casa, tentando di sfuggire alla vita e relegandosi al ruolo di cuoca con aspirazioni da master chef e Anastasia che alla perenne ricerca del principe azzurro non percepisce la solitudine a cui si è condannata e non realizza il senso di fallimento delle proprie aspirazioni. Tutti gli elementi della fiaba originaria sono presenti, ma anche per loro la sorte è segnata: Il principe azzurro sposerà Cenerentola, ma il matrimonio non porterà la felicità auspicata e come in un rotocalco tutto si consumerà tra pettegolezzi e separazioni. La comicità si sviluppa sia per l’assurdità dei dialoghi, ma anche per il grottesco che le situazioni generano dentro cui le due sorellastre restanno avvinte o vengono risucchiate.
Tutto il testo è pervaso da un alone di mistero, il mistero del non detto, dei segreti custoditi come onta da cui affrancarsi, il mistero delle parole “annascunnute”, di quelle che sono in fondo al sacco e che non vengono fuori, il mistero di ciò che si conclude e che rimane per sempre uguale a se stesso, come avviene perennemente nelle fiabe.
Lello Serao

 


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